Nonostante da svariati decenni la legalizzazione della cannabis sia un argomento al centro di un dibattito sociale e politico acceso, nel nostro Paese le leggi continuano a essere piuttosto ostili nei confronti di questa pianta.
Certamente oggi, nel 2022, è possibile godere dei frutti di anni di lotte e, non a caso, molti appassionati possono liberamente acquistare semi fast flowering di qualità su SensorySeeds e su altri eCommerce operanti nel settore; tuttavia, nella legislazione italiana ci sono ancora tanti buchi e alcune frange politiche dimostrano continuamente di voler dare continuità all’ostruzionismo che ha sempre caratterizzato l’utilizzo dei derivati della canapa.
Eppure, fino a neanche un secolo fa, la canapa non era demonizzata quanto lo è oggi. Nelle prossime righe andremo alla scoperta dei passaggi più significativi che hanno portato prima al proibizionismo assoluto e successivamente ad alcune piccole conquiste.
Dalla cannabis legale al proibizionismo: gli effetti del Marihuana Tax Act
A raccontarla oggi potrebbe sembrare quasi una favola, ma si tratta di una storia vera: la cannabis, in Italia, non è sempre stata sotto attacco. Anzi, fino ai primi decenni del secolo scorso, il nostro Paese era uno dei maggiori produttori mondiali di canapa, secondo solamente all’ex Unione Sovietica.
L’economia agricola italiana ha avuto nella pianta dalle inconfondibili foglie zigrinate una grande protagonista fino a quando in Europa, in seguito al varo del Marihuana Tax Act, non è arrivato il vento del proibizionismo americano. Questo documento, firmato dal presidente Roosevelt nel 1937, sancì la condanna totale da parte del mondo oggi conosciuto come ‘occidentale’ alla coltivazione della canapa, anche per scopi medicinali.
A partire da quel momento, l’Italia ha dato il via a un lungo periodo di lotta istituzionale contro la canapa, suggellato dalla sottoscrizione della Convenzione sugli stupefacenti dell’ONU nel 1961. Con questo trattato, tutti i Paesi membri delle Nazioni Unite ufficializzarono l’impegno contro la produzione e la commercializzazione di diverse sostanze stupefacenti, tra le quali fu inserita anche la canapa.
A livello nazionale, invece, fu varata una legge (peraltro ancora valida) conosciuta come ‘Testo Unico sugli Stupefacenti’. Il DPR 309/90 fu scritto e approvato con lo scopo di disciplinare le droghe e tra le sostanze stupefacenti di cui fu fatto divieto di produzione, vendita e consumo fu inserita anche la canapa (eccezion fatta per le specie da cui si ricavano le fibre tessili).
Negli anni ‘90, però, ebbe inizio la lotta per la legalizzazione a opera del politico Marco Pannella e del Partito Radicale.
Il referendum del 1993 e il passo falso della Fini-Giovanardi
Un primo, timido segnale di apertura nei confronti della cannabis si ebbe nel 1993, anno in cui un referendum per la depenalizzazione del possesso di droghe leggere per uso personale vide il 55% degli italiani esprimersi a favore.
Di conseguenza, le sanzioni di carattere penale furono eliminate per i possessori di derivati di cannabis per uso ricreativo fino al 2006, anno dell’introduzione della Legge Fini-Giovanardi. Questa normativa, di fatto, accostava la marijuana e l’hashish alle droghe pesanti e mirava a inasprire nuovamente le pene per produttori, venditori e consumatori di cannabis.
Nel 2014, però, tale legge fu dichiarata incostituzionale e si ritornò alla legislazione post referendum. Dopodiché, a soli due anni di distanza, si ebbe una nuova svolta per la cannabis in Italia.
L’avvento della cannabis light in Italia
Dopo decenni di difficoltà causate dai vuoti legislativi e da numerosi ostacoli burocratici, nel 2016 le istituzioni hanno deciso di fare qualcosa per aiutare i coltivatori di cannabis industriale e incentivare la filiera della canapa.
Con la Legge 242 del 2016, il governo in carica ha regolamentato la coltivazione della canapa allineandosi al catalogo dell’UE che stabilisce quali varietà di tale pianta possano essere coltivate per scopi alimentari, tessili, cosmetici e via dicendo. In sostanza, questa normativa ha reso legale la coltivazione della cannabis con una percentuale di THC (principio attivo psicotropo) inferiore allo 0,2%.
Tuttavia, la normativa italiana in tema di cannabis è ancora ricca di zone buie e il fatto che non esistano leggi che chiariscano se sia possibile utilizzare i derivati della canapa legale a scopo ricreativo è solo uno dei tanti esempi di un vuoto legislativo che ancora oggi genera confusione.
Confusione che, invece, sembra non esserci in merito alla coltivazione e alla vendita dei semi. A differenza delle piante, i semi di cannabis non contengono il principio attivo drogante e, pertanto, è legale venderli o acquistarli. Tuttavia, dal momento che la loro germinazione potrebbe dare vita a piante in grado di produrre infiorescenze con percentuali di THC più alte di quanto consenta la legge, la coltivazione è tassativamente proibita.
Gli unici scopi per i quali è possibile possedere sementi di marijuana senza rischiare di trasgredire la legge sono quelli diversi dalla coltivazione, tra i quali figura anche il collezionismo.
Dopo la recente bocciatura del referendum per la depenalizzazione della coltivazione domestica per utilizzo personale, restiamo in attesa di ulteriori novità che facciano maggiore chiarezza sui tanti punti in sospeso in materia di cannabis.
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